Articles

Prof. Paolo Bellavite: la complessità in medicina. Superare dogmi e scientismo

   ruota integrata

La Complessità in Medicina

(...)  Ultimamente, l’esercizio della medicina dipende dalla concezione antropologica che lo sottende.
È ampiamente riconosciuto che la medicina moderna ha bisogno di una maggiore attenzione agli aspetti umanistici, senza trascurare quelli scientifici più avanzati. Nella medicina non sono mai state negate esplicitamente le istanze di cura integrale della persona, i programmi di prevenzione basati sullo stile di vita, gli studi di integrazione bio-psico-sociale, ma anzi oggi sono rivalutati e valorizzati.

Certamente la maggior parte degli operatori sanitari avverte il compito di dedicarsi al paziente, considerato nella sua interezza di persona bisognosa di cure. Nella pratica medica di tutti i giorni, tali vedute hanno difficoltà a essere attuate. Si parla molto di “medicina individualizzata”, un concetto che però resta spesso nel vago, o viene attribuito alle promesse della biogenetica e della farmacogenomica.

Innanzitutto, la pratica della medicina oggi è fortemente condizionata da automatismi, protocolli o “linee-guida”, col coinvolgimento di molti enti (ad esempio, laboratorio, diagnostica per immagini, reparto ospedaliero, distretti, specialisti, amministratori ecc.) nella diagnosi e nella “presa in carico” del paziente. Di conseguenza, la conoscenza delle reali e profonde dinamiche fisiopatologiche individuali, strettamente connesse alla storia dell’individuo e al suo “modo di vivere” il disagio attuale, passa in secondo piano rispetto agli aspetti organizzativi o purtroppo addirittura a quelli burocratici, che chiedono la restrizione delle singolarità e l’adozione di categorie nosologiche-standard.

Il problema nasce fondamentalmente dal metodo clinico tradizionale sviluppatosi da due secoli in Occidente.

Esso consiste, semplificando, nel binomio diagnosi-terapia. Per la diagnosi, dai segni e sintomi manifestati si risale, con procedimento induttivo e analogico e con l'aiuto delle tecnologie laboratoristiche e stumentali, alla "malattia" di cui il soggetto è “portatore” o da cui è “colpito”: si assegna il “nome” alla malattia, quell’entità che rappresenta il comune denominatore di tanti soggetti che hanno segni e sintomi simili.

Dal nome della malattia si passa quindi alla terapia. Per quest’ultima, oggi il criterio prevalente è la cosiddetta “evidenza” (evidence-based medicine), per cui la terapia da prescrivere è quella che ha dato, statisticamente, i migliori risultati nel grande gruppo di tutti i soggetti con la stessa malattia. Tale procedimento è spesso utile e necessario, ma non costituisce l’unico approccio al malato, che, com’è ben noto, chiede di essere considerato e trattato non solo come un “caso clinico” o un “problema tecnico”, ma prima di tutto come una persona che ha dei suoi problemi di salute.

La malattia non è solamente "disease", uno stato patologico oggettivabile, misurabile, classificabile, ma anche “illness”, malessere, una condizione in cui la sofferenza soggettiva s’intreccia con il disordine biochimico e l’anatomia patologica, riflettendo un disagio che spesso ha origini profonde e motivazioni lontane dalla causa immediata.

Di più, essa può essere il necessario passaggio verso un nuovo rapporto tra individuo e ambiente, verso un adattamento che sia anche maturazione e cambiamento in meglio, una “lezione da imparare”: “Spesso i dolori sono insegnamenti per gli uomini”, scriveva Esopo (Favole, 183: Il cane e il macellaio).

Di conseguenza, l’atto medico non è solo terapia che sopprime i sintomi e "tratta" il problema clinico, ma anche “prendersi cura”, assistenza (nel senso etimologico del termine ad-sistere, stare vicino), com-passione, coinvolgimento, corresponsabilità.

Affinché queste non restino belle intenzioni, è necessario ri-visitare la concezione di salute e malattia anche nei suoi fondamenti scientifici, alla luce delle nuove prospettive delle scienze dei sistemi complessi, altrimenti detti “sistemi dinamici”, nel senso che si accentua l’aspetto della capacità di continuo cambiamento e di adattamento.

PaoloBellavite prof Bellavite

Il termine complessità è molto generico e non è ancora facilmente definibile: con esso s’intende identificare quelle problematiche o quei fenomeni, emergenti in qualunque ambito scientifico, che si presentano come non riducibili, cioè non scomponibili in problemi o fenomeni più elementari.

Finora la complessità fondamentale che caratterizza la fisiologia, la patologia e la farmacologia è stata alquanto trascurata dalla medicina accademica, che ha favorito un progresso di conoscenze di tipo analitico, settoriale, specialistico.

Tuttavia, in anni recenti lo studio dei sistemi complessi ha avuto notevole sviluppo, tanto che quest’ultimo si potrebbe considerare come un’originale prospettiva con cui guardare alle nuove sfide della medicina. Sono, com’è evidente, argomenti di una tale vastità che nessun approccio sperimentale può avere la velleità di una soluzione.

Enfatizzare la dimensione della complessità significa affermare ultimamente la non-riducibilita' dell'essere umano ad alcuni singoli fattori facilmente manipolabili dalla tecnologia. Significa rispettare la natura prima di sfruttarla. Significa affermare la dignità e la libertà di ogni singola persona rispetto a qualsiasi potere politico o economico.

La rivalutazione di questa multidimensionale natura della salute e della cura è, fra l’altro, uno dei motivi che giustifica il ricorso di strati sempre più ampi di popolazione alle medicine “complementari” o “non-convenzionali”, le quali per lo più (con notevoli eccezioni, perché è impossibile generalizzare) partono da una concezione diversa di patologia, legata più all’individuo, alla globalità e al “terreno” che non all’aspetto meccanicistico anatomico e molecolare.

La nostra esperienza indica che le tradizioni mediche sviluppatesi in ambito “extrascientifico”, vagliate con criteri di razionalità e sottoposte a ricerca con metodi rigorosi, possano costituire uno stimolo ad “allargare gli orizzonti” del pensiero medico e ad aprire nuovi filoni di ricerca. Dopo molti anni in cui ho insegnato patologia con queste vedute, ho maturato la convinzione che solo la comprensione razionale e scientifica di cosa significa “omeo-dinamica” può consentire di spiegare come funziona la “omeo-terapia”!

Queste prospettive scientifiche ma anche filosofiche possono divenire utili a tutti coloro che si pongono il problema dell’integrazione dei saperi in medicina, in un periodo in cui la straordinaria crescita delle conoscenze e delle comunicazioni rischia di creare dispersione di interventi e confusione terapeutica. Solo il superamento dell’approccio strettamente meccanicista e analitico può consentire di affrontare le sfide della medicina nel terzo millennio senza rinunciare alla razionalità, ma piuttosto usandola fino in fondo e senza paura di mettere in discussione i dogmi dello scientismo.

FONTE: https://www.facebook.com/PBellavite/posts/134872233816520

L'ultimo testo “accademico” del prof Bellavite:
"
E’ un libro lunghetto e, ovviamente, complesso. L’ideale lettore è il professionista o il cultore di discipline mediche e sanitarie, ma certo è alla portata di chi ha una base scientifica medio-alta. Pur essendo in vendita presso Tecniche Nuova (Milano), al fine di facilitare la divulgazione, ne ho reso disponibile una copia manoscritta scaricabile, nel sito ResearchGate "
https://www.researchgate.net/…/295704678_La_Complessita_in_… 

sito del prof Bellavite: http://www.paolobellavite.it/news.html

La Complessita' in Medicina 

Our website is protected by DMC Firewall!