Una nuova cultura

Dr.sa Heather Lynn: gli Annunaki, la storia segreta, gli stati alterati di coscienza e il mistero dell’umanità

Scritto da Cristina Bassi

La dr.sa Heather Lynn è una storica e archeologa che indaga sull’architettura nascosta della civiltà: i sistemi occulti, le conoscenze perdute e le storie segrete che plasmano il mondo che crediamo di conoscere. L’articolo che traduco nel seguito, sono estratti dal lungo testo pubblicato sul sito di Graham Hancock, che fa riferimento al nuovo libro della Lynn: “Anunnaki Revelation: Hidden History, Altered States, and the Mystery of Humanity”.(New Page Books, 2026), Alla fine dell’articolo si affronta il tema “non terrestre/ultraterrestre”, che è di molta attualità…

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Radici Cosmiche

La versione convenzionale della storia della civiltà è questa: gli esseri umani hanno vagato come cacciatori-raccoglitori per centinaia di migliaia di anni, hanno inventato l’agricoltura in diverse località intorno al 10.000 a.C. e hanno gradualmente costruito società sempre più complesse, culminate nelle prime città della Mesopotamia intorno al 3500 a.C. È una storia di progresso graduale e organico. Ed è anche, a mio avviso, errata.

Gli stessi testi sumeri descrivono l’arrivo di estranei, che possedevano già conoscenze in materia di agricoltura, metallurgia, astronomia, arte di governo e scrittura. Descrivono un evento di contatto, non un evento di invenzione. L’archeologia convenzionale ha trattato questi resoconti come mitologia. Ricercatori indipendenti, seguendo autori come Zecharia Sitchin, li hanno considerati come prove di un intervento extraterrestre.

Nel mio nuovo libro, Anunnaki Revelation: Hidden History, Altered States, and the Mystery of Humanity, propongo una terza via. Gli Anunnaki non erano alieni, né erano miti. Erano sopravvissuti umani di una rete culturale antidiluviana, sfollati dalla catastrofe del Younger Dryas, che migrarono in Mesopotamia portando con sé la memoria delle conoscenze di un mondo distrutto.

Gli Apkallu, una categoria di esseri nettamente distinta nella tradizione mesopotamica, rappresentano qualcosa di completamente diverso: un’intelligenza non umana a cui si accedeva attraverso stati alterati di coscienza, un fenomeno che potrebbe essere antecedente alla stessa civiltà umana.

La fusione di queste due categorie, padroni umani e intelligenze non umane, è stata l’errore centrale sia nella ricerca indipendente che convenzionale.

Il Tempio Perduto degli Anunnaki

La catastrofe e il nuovo inizio

L’ipotesi dell’impatto del Younger Dryas, è di circa 12.800 anni fa; fu un evento catastrofico che innescò un ritorno a condizioni quasi glaciali. Le prove includono anomalie di platino nelle carote di ghiaccio della Groenlandia, nanodiamanti in diversi continenti e l’estinzione simultanea della megafauna.1

Quasi ogni cultura antica porta con sé una memoria di questa distruzione: il Diluvio sumero, il Ragnarök norreno, gli Yuga indù, i Cinque Soli aztechi e i mondi precedenti degli Hopi. Sono una testimonianza convergente, piuttosto che di invenzioni isolate. Qualcosa accadde e i sopravvissuti lo ricordarono.

I reperti archeologici della grotta di Shanidar in Iraq, ci mostrano il meccanismo della persistenza. Ciò che questo dimostra, in modo inequivocabile, è che le popolazioni umane di questa regione hanno ripetutamente trovato rifugio dalla catastrofe e sono tornate.

Nel 1956, Samuel Noah Kramer sollevò il «problema sumero»: com’è possibile che il progresso abbia investito la Mesopotamia tutto d’un tratto nell’arco di circa 200 anni? La scrittura, la matematica, l’astronomia, il diritto, l’irrigazione, l’urbanistica, la metallurgia, la religione organizzata. Tutte queste discipline apparvero nello stesso luogo, nello stesso momento, senza che ci fosse un elemento precursore evolutivo.3

La risposta convenzionale è quella di una convergenza straordinaria. La mia risposta è più semplice: si trattò di un recupero della memoria. Piuttosto che dire che la civiltà iniziò in Sumer, possiamo dire che è stata riavviata dai sopravvissuti di un mondo che non esisteva più, da portatori di conoscenze, per cui ci vollero millenni perché si sviluppassero la prima volta.

Un’obiezione sarà immediata: se la catastrofe del Younger Dryas si è verificata 12.800 anni fa, come possiamo collegarla alla civiltà sumera, che appare in forma scritta intorno al 3200 a.C., con un divario di oltre 9.000 anni?

La risposta sta nella tradizione orale. I testi sumeri che leggiamo non sono testimonianze contemporanee. Sono resoconti mitizzati di eventi trasmessi oralmente per millenni prima di essere messi per iscritto. Gli Anunnaki erano memoria. Novemila anni di memoria. Compressa, simbolizzata, riorganizzata da ogni cultura che ha tramandato la storia, e infine messa per iscritto dagli scribi sumeri.
Il Libro Perduto del Dio Enki

I Primi che non erano i Primi

Molte delle conquiste tecnologiche e culturali attribuite a Sumer non furono, in realtà, delle prime volte sumere. Göbekli Tepe, con la sua architettura monumentale, il lavoro organizzato e i complessi sistemi simbolici, risale all’incirca al 9500 a.C., seimila anni prima di Sumer.

Sumer non ha inventato queste cose. Sumer le ha raccolte. Il motivo per cui tutto sembra apparire “tutto in una volta” a Sumer, non è che i Sumeri fossero particolarmente geniali. È che Sumer era la destinazione, non l’origine.

Ad ogni stagione che passa, gli scavi in corso a Karahan Tepe, nel più ampio complesso di Taş Tepeler e nei siti correlati nel sud-est della Turchia stanno spingendo la linea temporale dell’organizzazione sociale complessa sempre più indietro, Karahan Tepe ha portato alla luce figure antropomorfe dai lineamenti allungati.

Il concetto di sincretismo religioso, è ben consolidato in antropologia. Accettiamo che Inanna sia diventata Ishtar e poi Afrodite, che gli attributi di Enki siano migrati in Prometeo e Lucifero, che Iside sia diventata la Vergine Maria. Quello che sto proponendo è che questo processo di trasmissione, sia più profondo e antico di quanto attualmente riconosciuto: che il seme di queste credenze spirituali e di questi motivi culturali, sia stato piantato nel periodo post-Younger Dryas, dalle popolazioni migranti, che i testi descrivono.

Le popolazioni discendenti dagli ANE (Ancient North Eurasians- Antichi Eurasiatici del Nord) che portano con sé il “DNA fantasma” – materiale genetico proveniente da popolazioni estinte di cui non si conoscono reperti fossili – potrebbero rappresentare proprio l’impronta genetica di quella rete culturale perduta. Il “DNA fantasma” è, letteralmente, il fantasma della Civiltà X, e sta venendo alla luce in luoghi sorprendenti.

Scoperte Archeologiche non Autorizzate

Le prove genetiche: flussi intrecciati e DNA fantasma

Il lavoro del genetista David Reich ad Harvard, sta ridefinendo la nostra comprensione delle origini umane.5 Quello che un tempo era considerato un albero evolutivo ben definito, è diventato un flusso intrecciato, con rami di esseri umani arcaici innestati sui genomi delle popolazioni moderne.

Una delle rivelazioni più intriganti riguarda il DNA fantasma, materiale genetico proveniente da popolazioni estinte, di cui non si conoscono reperti fossili, il che suggerisce che gli esseri umani si siano incrociati con specie oltre ai Neanderthal e ai Denisoviani. Il team di Reich ha identificato una popolazione precedentemente sconosciuta chiamata Antichi Eurasiatici del Nord (ANE), rappresentata dal ragazzo di Mal’ta trovato in Siberia (circa 22.000 a.C.).

Questa popolazione ha dato contributi significativi sia ai Nativi Americani che agli Europei. I cacciatori-raccoglitori orientali (EHG) portavano una sostanziale ascendenza ANE, fungendo da vettore genetico che ha portato il materiale settentrionale nella regione della steppa. Voglio essere chiara su ciò che le prove genetiche dimostrano e ciò che non dimostrano. Esse dimostrano che le popolazioni paleolitiche erano molto più mobili e interconnesse di quanto si pensasse in precedenza. Confermano una continuità ancestrale su vaste distanze.

Di per sé, però, non provano l’esistenza di una civiltà antediluviana organizzata, né di una migrazione mirata verso la Mesopotamia. Ciò che fanno è rendere geneticamente plausibile una simile migrazione, in un modo che vent’anni fa sarebbe sembrato fantasioso. La genetica apre la porta. Le prove testuali e archeologiche la attraversano.

Il Mistero della Civiltà Perduta

Il percorso migratorio: dal Caucaso a Sumer

Se questi migranti sono esistiti, dovremmo essere in grado di tracciare il loro percorso. E possiamo farlo. Le prove archeologiche e genetiche dimostrano un contatto costante tra il Vicino Oriente, il Caucaso, la Steppa e l’Europa centrale già a partire dal quinto millennio a.C.

Il punto è che i reperti archeologici mostrano esattamente il tipo di migrazione verso sud, sostenuta e portatrice di conoscenza, descritta dai testi sumeri, che si è svolta nel corso di millenni dalle regioni montuose e steppiche verso le pianure mesopotamiche.

Il gene degli occhi blu ha avuto origine nei pressi del Mar Nero a seguito di una mutazione avvenuta tra i sei e i diecimila anni fa. Tutti gli individui con gli occhi blu sulla Terra, discendono da un unico antenato comune.10

Le statue degli dei in tutta la Mesopotamia avevano gli occhi blu realizzati in lapislazzuli. Il nazar, l’amuleto blu contro il malocchio ancora oggi venduto in tutto il Medio Oriente, è una diretta testimonianza di questa antica associazione.

Il Ritorno degli Dei

Gli Splendenti

Il termine sumero dingir viene solitamente tradotto come “dio”, ma la parola ha un peso semantico che complica la semplice lettura teologica. In cuneiforme, funziona sia come nome comune per la divinità sia come marcatore determinativo, posto prima dei nomi degli dei. Alcuni studiosi indipendenti, in particolare Christian e Barbara Joy O’Brien, hanno sostenuto che il significato originario fosse più vicino a “signore” o “essere splendente”, mentre il significato teologico si sarebbe sviluppato in seguito.11

La sumerologia accademica non ha accolto questa lettura. Condivido l’osservazione su cui gli O’Brien hanno richiamato l’attenzione, anche se non posso avallare integralmente il loro programma di traduzione, poiché esistono prove indipendenti, del fatto che luminosità e divinità fossero fortemente associate nella cultura materiale della Mesopotamia.

Le prove sono sotto i nostri occhi. Le statue di divinità e sovrani rinvenute nei siti sumeri e accadici, presentano gli occhi realizzati in lapislazzuli, conchiglia e bitume, che creano uno sguardo luminoso e affascinante. Le decorazioni in oro ed elettro sulle figure regali e divine avevano lo stesso scopo. Il termine melammu, che compare frequentemente nei testi accadici, descrive un’aura radiosa che circonda gli dei e i re, qualcosa di simile a una divinità visibile o a uno splendore soprannaturale.

Le Origini Segrete della Razza Umana

Ciò è attestato in modo indipendente e ampiamente accettato. Qualunque sia l’etimologia più profonda di dingir, il complesso culturale che circonda la divinità in Mesopotamia era intriso di immagini di luce, metallo e splendore visivo.

Visti in questa prospettiva, gli Anunnaki emergono nei testi come figure dall’aspetto divino: persone giunte in Mesopotamia più alte della popolazione indigena (grazie a diete pastorali ricche di proteine e a un’eredità genetica selettiva), munite di attrezzi metallici e adornate con gioielli che riflettevano la luce del sole. Possedevano conoscenze in materia di agricoltura e navigazione astronomica.

Gli indigeni si definivano sag-gig-ga, “quelli dalla testa nera”, una designazione ben attestata nella letteratura sumera. Per una popolazione semi-sedentaria i cui maschi più alti misuravano circa un metro e mezzo, un gruppo di individui alti un metro e ottanta che brandivano strumenti di rame e indossavano ornamenti riflettenti doveva apparire straordinario, forse divino. La tecnologia scambiata per divinità è un fenomeno osservabile e che si ripete.

Gli Anunnaki imposero una stratificazione sociale, crearono una classe sacerdotale che fungesse da intermediaria e introdussero quasi un centinaio di mes (decreti divini) che fungevano da modelli culturali giuridicamente vincolanti: le prime alleanze. Tra questi figuravano la regalità, la legge, la musica, la lavorazione dei metalli e, in particolare, sia la menzogna che l’inimicizia.13

Gli dei decretarono non solo le virtù della civiltà, ma anche i suoi vizi. L’ordine fu imposto.

Gilgamesh

L’Epopea di Gilgamesh rende esplicita l’ingegneria sociale

Shamhat, la sacerdotessa del tempio , civilizza l’uomo selvaggio Enkidu attraverso l’iniziazione sessuale, dopo la quale egli non può più tornare al suo stato animale. Ciò codifica il comprendere che la riproduzione controllata era un meccanismo di trasformazione sociale.

Genesi 6:4 menziona i Nefilim come la progenie dei «figli di Dio» che si accoppiarono con donne umane, noti anche come i Vigilanti nel Libro di Enoch 1. In questo contesto, i Nefilim non sono mostri mitologici, ma il prevedibile risultato biologico dell’incrocio tra due popolazioni geneticamente distinte.

La prole avrebbe avuto una statura più imponente, perchè avrebbe combinato il potenziale genetico con l’abbondanza alimentare di una società di recente transizione all’agricoltura. L’eugenetica nella sua forma più antica, ottenuta non attraverso i laboratori ma tramite l’allevamento selettivo di vecchio stampo.

L'Alba Aliena dell'Umanità

Kharsag: dove si incontravano cielo e terra

Se gli Anunnaki erano reali, dovevano pur vivere da qualche parte. I racconti di Kharsag, l’equivalente sumero del biblico Giardino dell’Eden, sono stati a lungo oscurati dall’interpretazione religiosa.

Spogliati del loro rivestimento teologico, i testi descrivono qualcosa di straordinariamente specifico: un insediamento agricolo, pianificato e irrigato, ai piedi di una montagna. Il termine hursag si riferisce a una catena montuosa o alle sue pendici; le letture che lo estendono a uno spazio di altopiano delimitato e coltivato, sono controverse nella sumerologia accademica, ma si allineano bene con le descrizioni che i testi stessi forniscono in merito alla disposizione fisica dell’insediamento.

Secondo i racconti di Kharsag e il relativo materiale sumerico, quel che là era stato fondato non era un paradiso, bensì una fattoria. I capi (variamente descritti come gli Anunnaki o il Consiglio dei Sette, tra cui Enlil, Ninhursag ed Enki) supervisionarono la costruzione di un bacino idrico e di sistemi di irrigazione, ararono la terra, seminarono cereali, frutteti e costruirono frangivento e strutture permanenti.

Il bestiame fu addomesticato e ospitato in recinti dotati di acqua corrente. Nonostante le difficoltà iniziali, tra cui malattie e disastri naturali, l’insediamento prosperò e il cibo in eccedenza fu condiviso con le tribù locali, che si trasformarono da raccoglitori in abili agricoltori e pastori.

Il termine ebraico abad, solitamente tradotto con «adorare», significa letteralmente «lavorare per» o «servire». C’è una sorprendente convergenza quando si mettono i due concetti fianco a fianco: “Adamo adorava Yahweh nel Giardino dell’Eden” e “l’adamah lavorava per Enlil in un insediamento agricolo ai piedi delle colline”.

Queste potrebbero essere la stessa affermazione, spogliata e rivestita con un vocabolario teologico diverso. La civiltà, in questa lettura, era una gerarchia ingegnerizzata alimentata dal lavoro organizzato.

Il Paradiso Scomparso del Dio Enki

La Parola e la Caduta: la lingua come rivoluzione cognitiva

Il «problema sumero» presenta una dimensione linguistica che potrebbe rivelarsi una provocazione ancora più stimolante di quella archeologica. Il sumero è una lingua isolata, priva di una relazione genetica dimostrabile con qualsiasi altra lingua della regione.

Uno studio di Alexei Kassian ha rilevato similitudini lessicali tra il sumero e la famiglia hurro-urartea.; se confermate, ciò suggerirebbe una lingua ancestrale comune risalente al 12.000 a.C. circa, in stretta vicinanza al Younger Dryas.

La questione più profonda non è da dove provenga il sumero, ma cosa faccia la lingua. La lingua non si limita a descrivere la realtà. In misura significativa, essa struttura la realtà su cui chi parla può riflettere.

Ciò si ricollega alla teoria della mente bicamerale di Julian Jaynes: l’ipotesi secondo cui gli antichi esseri umani vivevano una coscienza divisa, con una parte che impartiva comandi e l’altra che obbediva, voci percepite come divinità.17

Lo sviluppo di un linguaggio ricorsivo complesso potrebbe aver distrutto questa modalità più antica. Quando Enki diede la parola agli Adamah, frammentò la loro unità bicamerale e diede loro l’ego, la capacità di discutere con le proprie menti. Forse questa è la Caduta, l’esilio dall’Eden, la conoscenza del bene e del male, che fu data attraverso il linguaggio.

Esiste una dimensione biologica di questo, che è meglio documentata di quella linguistica. Gokhman e colleghi hanno scoperto che i geni associati all’apparato vocale e all’anatomia facciale hanno subito profondi cambiamenti di metilazione negli esseri umani moderni, dopo la separazione dai Neanderthal e dai Denisoviani.18

L’apparato fisico necessario per il linguaggio complesso, venne rimodellato a livello epigenetico, nel cuore stesso della regolazione genica. La capacità linguistica era già latente nella biologia umana.

Ciò che gli Anunnaki potrebbero aver fornito non è stata la biologia, ma la struttura: la grammatica, la ricorsività, la complessità simbolica che trasformò la vocalizzazione in civiltà. Lo strumento era pronto. Qualcuno diede la partitura ai suonatori.

Ishtar la Stella

Gli Apkallu: i veri ultraterrestri

Tutto ciò che ho descritto finora riguarda gli esseri umani. Gli Anunnaki, nella mia visione, sono umani. Umani straordinari, ma pur sempre umani. Gli Apkallu sono qualcosa di diverso. Il termine è accadico, dal sumerico abgal (“saggio” o “sapiente”).

Sette Apkallu erano associati ai sette re antediluviani. Il più famoso di loro era Adapa, conosciuto come Oannes, nel successivo racconto greco del sacerdote caldeo Berosso (III secolo a.C.) Berosso descriveva Oannes come dotato di una testa di pesce, piedi d’uomo e coda di pesce, osservando che parlava la lingua umana ma non consumava cibo.19

Le tavolette cuneiformi Bīt mēseri, descrivono i sette saggi come uomini-pesce “creati nel fiume” che “garantiscono la corretta esecuzione dei piani del cielo e della terra”. 20 Questi non erano esseri umani, ma piuttosto esseri ambi-incarnati, capaci di esistere sia come spiriti che in forma fisica.

Il termine egregore deriva dal greco egrēgoros, che significa “sorvegliante/vigilante” o “colui che è sveglio”. Fu inizialmente associato ai Vigilanti del Libro di Enoch. Gli Apkallu sono ciò che oggi vediamo raffigurati come geni nei rilievi dei templi assiri : l’origine del concetto di genius, dei jinn, dei malakh (in ebraico: messaggero, radice di “angelo”).

Si tratta di un’intelligenza completamente diversa, capace di emergere dal mare (la tradizione di Oannes), dal cielo (i geni alati) e dalla realtà che percepiamo stessa (le tradizioni degli incontri daimonici ed enteogeni). Non sono confinati a un unico dominio di manifestazione.

Dio Anfibio

Il rito di Hul Gil: la pianta della gioia e la tecnologia della regalità

Se l’accesso agli Apkallu avveniva attraverso stati alterati di coscienza, il meccanismo è fondamentale. L’evidenza è stata nascosta in bella vista. Hul Gil è un termine sumero, rinvenuto su tavolette di argilla provenienti da Nippur e risalenti alla Terza dinastia di Ur (circa 2100-2000 a.C.). Hul significa “gioia”. Gil si riferisce alle piante. Insieme: la pianta della gioia. Il papavero da oppio.

Le rosette scolpite sulle pareti dei templi assiri, definite da Helen Kantor come “disegni circolari radialmente simmetrici derivati da forme vegetali”,21 , potrebbero rappresentare capsule di papavero stilizzate viste dall’alto. Quando vengono incise per raccogliere il lattice, il residuo secco della capsula forma un motivo a forma di stella sorprendentemente simile alla rosetta.

Nel 1989, l’archeologo iracheno Muzahim Mahmoud Hussein portò alla luce le Tombe delle Regine sotto il Palazzo Nord-Ovest a Nimrud. Una corona d’oro recava tre file di capsule di papavero da oppio alternate a rosette granulari. Inizialmente scambiate per melograni, Hussein le identificò in seguito correttamente.22 Le capsule sono fisicamente presenti sulla corona. L’archeologia parla da sé.

Accanto alla corona, Hussein ha recuperato una serie di bracciali d’oro, (QUI per vedere l’immagine dei bracciali d’oro con intarsi a forma di rosetta e occhio, provenienti dalle Tombe delle Regine, Palazzo Nord-Ovest, Nimrud, IX-VIII secolo a.C. circa. Raffigura fiori di papavero e l’Apkallu mentre celebra il rito Hul Gil.)

Tali bracciali d’oro, talvolta vengono chiamati “orologi da polso degli dei” nei forum online. Non sono orologi da polso. Sono bracciali cerimoniali reali che raffigurano geni alati, rosette e una pietra centrale a forma di occhio, lo stesso programma iconografico che si trova sui rilievi del palazzo, miniaturizzato e indossato sul corpo.

La giustapposizione della rosetta (papavero) e della pigna (ghiandola pineale) nelle scene di unzione assire crea una diade simbolica: il catalizzatore esterno accoppiato all’organo interno dell’esperienza trascendente.

Devo far notare che l’associazione con la ghiandola pineale è simbolica e comparativa, piuttosto che esplicitamente attestata nei testi cuneiformi. Nessuna tavoletta sumera recita: «Questa pigna rappresenta la ghiandola pineale». Il collegamento è iconografico e interculturale, dedotto, in molteplici tradizioni, dalla persistente associazione tra la forma della pigna e il terzo occhio.

Gli Apkallu eseguono questa unzione. Le «borse degli dei» che compaiono in diverse culture, dalla Mesopotamia alla civiltà di Jiroft in Iran, potrebbero aver contenuto la sostanza del rito. L’unzione era il fondamento stesso della regalità.

La neuroscienza moderna sta iniziando a far luce su ciò che questi riti potrebbero aver fatto raggiungere. Robin Carhart-Harris e i suoi colleghi hanno scoperto che la psilocibina riduce effettivamente l’attività nei nodi chiave delle reti cerebrali, riducendo il flusso sanguigno verso la rete di default 23

Il cervello non si «accende» sotto l’effetto delle sostanze psichedeliche. Si calma. La ricerca sul DMT condotta da Rick Strassman presso l’Università del New Mexico, ha rivelato sorprendenti parallelismi tra le esperienze enteogene contemporanee e gli antichi resoconti di incontri divini.

I partecipanti hanno riferito di incontri con esseri descritti come esistenti al di fuori della realtà convenzionale, che presentavano una somiglianza inquietante con le interazioni con gli Apkallu descritte nei testi mesopotamici.24

Il teorema di Donald Hoffman secondo cui “l’adattamento batte la verità” suggerisce che le nostre percezioni siano filtri modellati per la sopravvivenza, non per l’accuratezza.25 . Gli antichi svilupparono tecnologie della coscienza per assottigliare quel filtro.

Se ciò a cui hanno avuto accesso costituisca un’intelligenza indipendente o uno strato più profondo della mente umana rimane una questione aperta. Credo che le prove indichino la prima ipotesi. Sostengo questa convinzione con l’umiltà che essa richiede.

La storia più antica

Ogni civiltà che ha raccontato la storia di come la conoscenza sia giunta all’umanità, l’ha narrata come una storia di furto. Enki per i Sumeri, Prometeo per i Greci, Lucifero per gli Gnostici, Mātariśvan per i Veda, Nanabozho per gli Ojibwe, Māui per i Polinesiani. Qualcuno rubò il fuoco e lo donò al popolo, e per questo fu punito.

Chi porta il fuoco viene sempre punito perché la conoscenza destabilizza l’ordine esistente. Si tratta di progresso a scapito dell’obbedienza.

Nel 1956, Kramer lo definì il Problema Sumero: come è potuto arrivare tutto in una volta? La domanda ha tormentato il settore per settant’anni perché i modelli disponibili non riuscivano a dare una risposta. L’archeologia convenzionale richiedeva uno sviluppo locale organico; e non c’era.

La ricerca indipendente richiedeva l’intervento di extraterrestri e non ce n’erano. Ciò che c’era, e ciò che rimane, sono due categorie di esseri di cui i testi ci parlano da quando abbiamo imparato a leggerli: migranti umani portatori della conoscenza ricordata, di un network culturale distrutto, e un’intelligenza non umana accessibile attraverso la tecnologia più antica della terra.

Se questo quadro è corretto, le prove convergenti provenienti dagli scavi di Taş Tepeler, dal DNA antico e dall’analisi dei residui enteogenici dovrebbero continuare a confermarlo. Un quadro che non può essere verificato è mitologia. Quello che genera previsioni e resiste al confronto con nuovi dati è scienza.

Settant’anni dopo che Kramer ha posto la domanda, la risposta sta diventando chiara. È sempre stata lì, impressa nell’argilla e scolpita nella pietra, in attesa che qualcuno smettesse di discutere se i Sumeri intendessero le loro parole in senso letterale o metaforico, e iniziasse a chiedersi cosa stessero effettivamente descrivendo.

Fonte: https://grahamhancock.com/lynnh1/?fbclid=IwY2xjawRpyFZleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEeWRsU3WxP9CKviJOfCsI0Wzcss8sBdJknfJ2EapZhGqkLZsMuHGRtiDzzJkI_aem_xhbGScKcC6zgHVvfBKq9ag
traduzione: M.Cristina Bassi per www.thelivingspirits.net