Uno dei critici più autorevoli sulla situazione USA-Iran-Israele, è il professor Jeffrey Sachs, ospite frequente di podcast e persino dei media mainstream. Jeffrey D. Sachs, americano, è professore universitario e direttore del Centro per lo sviluppo sostenibile della Columbia University. Questa volta non solo ha rilasciato un’intervista, ma ha anche scritto un articolo insieme a Sybil Fares, esperta e consulente per la politica mediorientale e lo sviluppo sostenibile presso SDSN (Sustainable Development Solutions Network United States of America ).
L’articolo è stato pubblicato in inglese su Common Dreams, io lo traduco nel seguito dalla versione tedesca del blog austriaco TKP.at (Qui altri articoli tradotti su questo sito).
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Negli Stati Uniti, oltre il 60% della popolazione è contrario all’entrata in guerra degli Stati Uniti a sostegno dell’attacco militare di Israele contro l’Iran. Tra i politici conservatori e nelle università cresce l’opposizione, non da ultimo a causa dei pericoli che l’estensione della guerra potrebbe comportare per l’umanità intera. (TKP)
Da quasi 30 anni il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sta trascinando il Medio Oriente nella guerra e nella distruzione. Quest’uomo è una polveriera piena di violenza. Durante tutte le guerre che ha scatenato, Netanyahu ha sempre sognato il grande obiettivo: sconfiggere e rovesciare il governo iraniano.
La guerra tanto attesa che ha appena iniziato potrebbe ucciderci tutti in un Armageddon nucleare, se Netanyahu non verrà fermato.
L’ossessione di Netanyahu per la guerra risale ai suoi mentori estremisti Ze’ev Jabotinsky, Yitzhak Shamir e Menachem Begin. La vecchia generazione credeva che i sionisti dovessero usare tutti i mezzi necessari – guerre, attentati, terrorismo – per raggiungere il loro obiettivo di distruggere ogni pretesa dei palestinesi di avere una patria.
I fondatori del movimento politico di Netanyahu, il Likud, rivendicavano il controllo sionista esclusivo su tutto il territorio dell’ex mandato britannico della Palestina. All’inizio del mandato britannico, nei primi anni ’20, gli arabi musulmani e cristiani costituivano circa l’87% della popolazione e possedevano più di dieci volte la terra della popolazione ebraica.
Anche nel 1948 gli arabi erano ancora circa il doppio degli ebrei. Tuttavia, l’atto costitutivo del Likud (1977) dichiarava che “tra il mare e il Giordano ci sarà solo la sovranità israeliana”. Il famigerato slogan “Dal fiume al mare”, definito antisemita, si rivela essere il grido di battaglia anti-palestinese del Likud.
La sfida per il Likud era quella di perseguire i suoi obiettivi massimalisti nonostante la loro evidente illegalità secondo il diritto internazionale e la morale, i quali richiedono una soluzione a due Stati. Nel 1996 Netanyahu e i suoi consulenti americani svilupparono una strategia chiamata “Clean Break”.
Essi caldeggiadano il fatto che Israele non dovesse ritirarsi dai territori palestinesi conquistati nella guerra del 1967, al fine di ottenere la pace nella regione. Al contrario, Israele avrebbe rimodellato il Medio Oriente secondo le proprie idee.
Era fondamentale che la strategia prevedesse gli Stati Uniti come forza principale per il raggiungimento di questi obiettivi, attraverso guerre nella regione volte a rovesciare i governi che si opponevano al dominio di Israele sulla Palestina. Gli Stati Uniti furono invitati a combattere guerre in nome di Israele.
La strategia “Clean Break” fu attuata con successo dagli Stati Uniti e da Israele dopo l’11 settembre. Come rivelò il comandante supremo della NATO, il generale Wesley Clark, poco dopo l’11 settembre 2001, gli Stati Uniti pianificavano di “attaccare e distruggere i governi di sette paesi entro cinque anni, a cominciare dall’Iraq, poi Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran”.
La prima di queste guerre, all’inizio del 2003, aveva lo scopo di rovesciare il governo iracheno. I piani per ulteriori guerre furono rinviati perché gli Stati Uniti erano bloccati in Iraq. Tuttavia, nel 2005 gli Stati Uniti sostennero la divisione del Sudan,.
Quindi nel 2006 l’invasione del Libano da parte di Israele e nello stesso anno l’invasione della Somalia da parte dell’Etiopia. Nel 2011, l’amministrazione Obama lanciò l’operazione della CIA “Timber Sycamore” contro la Siria e, insieme al Regno Unito e alla Francia, rovesciò il governo libico con una campagna di bombardamenti. Oggi questi paesi sono in rovina e molti sono coinvolti in guerre civili.
Netanyahu è stato un sostenitore di queste guerre, sia pubblicamente che dietro le quinte, insieme ai suoi alleati neoconservatori nel governo degli Stati Uniti, tra questi Paul Wolfowitz, Douglas Feith, Victoria Nuland, Hillary Clinton, Joe Biden, Richard Perle, Elliott Abrams e altri.
In una dichiarazione al Congresso degli Stati Uniti nel 2002, Netanyahu promosse la disastrosa guerra in Iraq, affermando:
“Se eliminerete Saddam e il suo regime, vi garantisco che ciò avrà un enorme impatto positivo sulla regione”. E continuò: «E credo che le persone che vivono proprio accanto, in Iran, i giovani e molti altri, diranno che il tempo di tali regimi, di tali despoti, è finito».
Con falsità dichiarò al Congresso:
«Non c’è dubbio che Saddam stia cercando di ottenere armi nucleari, che ci stia lavorando e che ne stia promuovendo lo sviluppo».
Lo slogan per la creazione di un “Nuovo Medio Oriente” fornisce il motto per queste guerre. È stato formulato per la prima volta nel 1996 in “Clean Break” e reso popolare nel 2006 dal Ministro degli Esteri Condoleezza Rice.
Quando Israele bombardò brutalmente il Libano, la Rice dichiarò:
“Quello che stiamo vedendo qui, in un certo senso, è la crescita, i dolori del parto di un Nuovo Medio Oriente, e qualunque cosa facciamo, dobbiamo essere certi di promuovere il Nuovo Medio Oriente e non tornare al vecchio”.
Nel settembre 2023, davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Netanyahu presentò una mappa del “Nuovo Medio Oriente” in cui lo Stato palestinese era completamente cancellato.
Nel settembre 2024 illustrò questo piano utilizzando due mappe: una parte del Medio Oriente era una “benedizione”, l’altra – che comprendeva Libano, Siria, Iraq e Iran – una maledizione, poiché sosteneva un cambio di regime in questi ultimi paesi.

La guerra di Israele contro l’Iran è l’ultimo passo di una strategia decennale. Stiamo assistendo al culmine di decenni di manipolazione estremista della politica estera statunitense, da parte dell’estremismo sionista.
La premessa dell’attacco di Israele all’Iran è l’affermazione che l’Iran sia sul punto di acquisire armi nucleari. Tale affermazione è assurda, poiché l’Iran ha ripetutamente chiesto negoziati, per eliminare proprio questa opzione in cambio della fine delle sanzioni statunitensi che durano da decenni.
Dal 1992 Netanyahu e i suoi sostenitori sostennero che l’Iran sarebbe diventata una potenza nucleare “nel giro di pochi anni”. Nel 1995 i rappresentanti del governo israeliano e i loro sostenitori statunitensi annunciarono un piano quinquennale.
Nel 2003 il direttore dei servizi segreti militari israeliani, dichiarò che l’Iran sarebbe diventato una potenza nucleare “entro l’estate del 2004”. Nel 2005 il capo del Mossad disse che l’Iran avrebbe potuto costruire la bomba in meno di tre anni.
Nel 2012 Netanyahu dichiarò alle Nazioni Unite che “ci vorranno solo pochi mesi, forse solo poche settimane, prima che abbiano abbastanza uranio arricchito per la prima bomba”. E così via.
Questo modello di rinvio delle scadenze, che esiste da oltre 30 anni, è espressione di una strategia consapevole e non di un fallimento della profezia. Le affermazioni sono propaganda; c’è sempre una “minaccia esistenziale”. Ancora più importante è la falsa affermazione di Netanyahu secondo cui i negoziati con l’Iran sarebbero inutili.
L’Iran ha ripetutamente dichiarato di non voler possedere armi nucleari e di essere disposto da tempo a negoziare. Nell’ottobre 2003, la Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei dichiarò una fatwa che vieta la produzione e l’uso di armi nucleari, una decisione che è stata successivamente citata ufficialmente dall’Iran in occasione di una riunione dell’AIEA a Vienna nell’agosto 2005 e che da allora è stata invocata come ostacolo religioso e giuridico allo sviluppo di armi nucleari.
Anche per coloro che sono scettici sulle intenzioni dell’Iran, il Paese si è costantemente impegnato a favore di un accordo negoziale sostenuto da una verifica internazionale indipendente. Al contrario, la lobby sionista si è sempre dichiarata contraria a tali accordi e ha spinto gli Stati Uniti a mantenere le sanzioni e a rifiutare accordi, che prevedono una rigorosa sorveglianza da parte dell’AIEA in cambio della revoca delle sanzioni.
Nel 2016, l’amministrazione Obama, si unì al Regno Unito, Francia, Germania, Cina e Russia, e con l’Iran per il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), un accordo storico che prevedeva una stretta sorveglianza sul programma nucleare iraniano in cambio della revoca delle sanzioni.
Sotto la pressione implacabile di Netanyahu e della lobby sionista, nel 2018 il presidente Trump si ritirò dall’accordo. Quando l’Iran reagì ampliando il proprio programma di arricchimento dell’uranio, venne accusato prevedibilmente di violare un accordo da cui gli stessi Stati Uniti si erano ritirati.
E’ difficile ignorare il doppio standard e la propaganda.
L’11 aprile 2021, il Mossad israeliano attaccò gli impianti nucleari iraniani a Natanz. Dopo l’attacco, il 16 aprile l’Iran annunciò che avrebbe rafforzato ulteriormente l’arricchimento dell’uranio come leva negoziale, chiedendo al contempo ripetutamente la ripresa dei negoziati per un accordo simile al JCPOA.
L’amministrazione Biden respinse qualsiasi negoziazione di questo tipo. All’inizio del suo secondo mandato, Trump si dissè disposto ad avviare nuovi negoziati con l’Iran. L’Iran promise di rinunciare alle armi nucleari e di sottoporsi alle ispezioni dell’AIEA, ma si riservò il diritto di arricchire l’uranio per scopi civili.

L’amministrazione Trump sembrava d’accordo su questo punto, ma poi fece marcia indietro. Da allora ci sono stati cinque round di negoziati, in cui entrambe le parti ogni volta annunchavano progressi .
Il sesto round avrebbe dovuto tenersi domenica 15 giugno. Invece, il 12 giugno Israele ha lanciato una guerra preventiva contro l’Iran. Trump ha confermato che gli Stati Uniti sapevano ijn anticipo dell’attacco, anche se il governo parlava pubblicamente dei negoziati imminenti.
L’attacco di Israele non solo è avvenuto nel bel mezzo di negoziati che stavano facendo progressi, ma anche pochi giorni prima di una conferenza delle Nazioni Unite sulla Palestina che avrebbe portato avanti la soluzione dei due Stati. Questa conferenza è stata ora rinviata.
L’attacco di Israele all’Iran rischia ora di degenerare in una guerra su vasta scala, che coinvolgerebbe gli Stati Uniti e l’Europa dalla parte di Israele e la Russia e probabilmente il Pakistan dalla parte dell’Iran.
Potremmo presto vede e breve uno scontro tra diverse potenze nucleari, che avvicinerebbero il mondo alla distruzione nucleare. L’orologio dell’apocalisse segna 89 secondi a mezzanotte, il momento più vicino a un Armageddon nucleare mai raggiunto dalla sua introduzione nel 1947.
Negli ultimi 30 anni, Netanyahu e i suoi sostenitori statunitensi hanno distrutto o destabilizzato un’area di 4.000 km in Nord Africa, nel Corno d’Africa, nel Mediterraneo orientale e nell’Asia occidentale.
Il loro obiettivo era quello di impedire la creazione di uno Stato palestinese e per questo hanno rovesciato i governi che sostengono la causa palestinese. Il mondo merita qualcosa di meglio di questo estremismo.
Più di 180 paesi dell’ONU si sono espressi a favore di una soluzione a due Stati e della stabilità regionale. Questo è molto più sensato del fatto che Israele porti il mondo sull’orlo di un apocalisse nucleare, inseguendo suoi obbiettivi illegali ed estremisti
fonte: https://tkp.at/2025/06/18/jeffrey-sachs-stoppt-netanjahu-bevor-er-uns-alle-umbringt/
traduzione: M.Cristina Bassi per www.thelivingspirits.net











